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8. I sistemi proporzionali reali

La diffusione mondiale dei sistemi proporzionali e la prevalenza delle varianti con liste rigide 

Il sistema “proporzionale” è di gran lunga il più diffuso in Europa e al mondo. Secondo la raccolta dati più completa disponibile, l’IDEA-handbook aggiornata al 2005, su un totale di 199 paesi 70 usano per l’elezione dei membri della principale assemblea legislativa un sistema “proporzionale” di lista e altri 30 usano sistemi misti con un elemento “proporzionale” di solito preponderante. La metà dei sistemi elettorali nazionali al mondo sarebbe quindi di tipo proporzionale di lista, puro o prevalente.

Un’altra fonte di dati, meno completa come numero di paesi, ma più precisa per l’informazione fornita, preparata e aggiornata al 2009 da un ricercatore tedesco, Nohlen, tiene conto dei 138 principali paesi con strutture democratiche divisi in cinque gruppi geopolitici: 24 paesi “occidentali” (Europa, America, Oceania), 20 paesi dell’Est europeo, 21 paesi latino-americani, 40 paesi africani e 33 paesi asiatici.

Secondo questa statistica limitata ai paesi più rilevanti la prevalenza dei sistemi proporzionali di lista è ancora più netta: dei 44 paesi occidentali e dell’Europa centro-orientale (cioè le democrazie storiche più i paesi riconvertiti dopo il 1989 alla democrazia rappresentativa), oltre l’80% usa sistemi elettorali “proporzionali”, puri o misti. Le percentuali non cambiano se si aggiungono i 21 paesi latinoamericani, mentre la parte del proporzionale scende al 66%, se si contano tutti i 138 paesi, inclusi quelli africani e asiatici. Circa due terzi dei parlamenti dei principali paesi al mondo e quattro quinti di quelli europei e occidentali sarebbero quindi eletti con un sistema “proporzionale” o prevalentemente tale.

Quello che ci interessa è quello che si nasconde dentro o dietro il sistema più diffuso.

La ricerca tradizionale, tutta concentrata sulla proporzionalità dei risultati, distingue i sistemi “proporzionali” in funzione al tipo di formula matematica di ripartizione, alla soglia di accesso legale o di sistema, alla struttura e alla dimensione media delle circoscrizioni e ai meccanismi di correzione proporzionale .

La ricerca trascura invece il processo di selezione dei singoli deputati: non esistono statistiche affidabili sulla componente personale dei sistemi “proporzionali”, mancano categorie di analisi e di confronto precise e condivise . Nonostante le lacune teoriche e l’imperfezione dell’informazione disponibile, non c’è dubbio che prevalgono nettamente le varianti con liste decise al di fuori del processo elettorale che condizionano o determinano anche il risultato finale. Una ricerca mirata permette di reperire fra un centinaio di sistemi elettorali nazionali “proporzionali” (puri o divisi in circoscrizioni, a più livelli di assegnazione dei seggi o misti con una parte dei seggi assegnati in collegi uninominali) solo nove casi in cui, una volta definite (attraverso un processo tutto da verificare) le liste dei candidati, i deputati della principale assemblea legislativa sono eletti esclusivamente in base al voto degli elettori: Svizzera e Lussemburgo, Finlandia e Polonia, Brasile e Perù, Slovenia e Lettonia e il caso particolare del Cile.

Bisognerebbe allora capire che cosa esattamente fanno gli altri 90 paesi con sistemi proporzionali e perché lo fanno.

Per svolgere quest’indagine servono criteri d’analisi che rispondano all’esigenza, assunta come primordiale, del rispetto dei diritti elettorali dei cittadini. Dal punto di vista della libertà di voto luna variabile determinante dei sistemi “proporzionali” è la relativa rigidità o flessibilità della lista che può essere (1) libera e aperta, (2) ordinata e modificabile, (3) ordinata e bloccata o (4) bloccata ma abbinata a un secondo voto per eleggere alcuni deputati individualmente. Con questo criterio diviene possibile comparare i sistemi dell’universo limitato ma significativo dei  paesi più importanti divisi in cinque gruppi geopolitici.

In 91 paesi sui 138 presi in considerazione vige un sistema “proporzionale” (puro o prevalente), di cui solo 11 usano liste aperte che permettono agli elettori di decidere liberamente quali rappresentanti eleggere.

Limitando ai 44 paesi occidentali e dell’Est europeo, si conferma con 36 casi la netta prevalenza dei sistemi proporzionali, fra cui solo 6 lasciano il potere di scegliere i singoli rappresentanti interamente agli elettori.

I sistemi “proporzionali” che con liste neutre o aperte non pongono restrizioni alle libertà elettorali rappresentano il 12% a livello mondiale e il 17% dei 36 sistemi proporzionali in uso nelle 44 democrazie europee e occidentali. La ripartizione proporzionale dei seggi viene quindi utilizzata sistematicamente, quasi nel 90% dei casi a livello mondiale e in oltre l’80% dei paesi occidentali ed europei, anche a fini diversi dell’equa rappresentazione dei partiti, e più precisamente per introdurre tramite liste ordinate un elemento di designazione extra-elettorale dei deputati.

Inoltre, non si vota solo per le assemblee legislative nazionali: in numerosi paesi, anche a tradizione maggioritaria, il “proporzionale” è utilizzato per elezioni subnazionali e nella stragrande maggioranza dei casi le varianti vigenti sono a lista bloccata o rigida . In pochi paesi esiste un’opinione pubblica matura interessata all’argomento della scelta del sistema elettorale locale e all’importanza di un verdetto diretto degli elettori sui singoli rappresentanti. Il dibattito è vivo negli Stati a struttura federale, in America e in Germania, ma poco articolato o inesistente in quasi tutti altri paesi.

Oltre le rappresentanze legislative nazionali e le assemblee elette subnazionali, esiste una terza categoria assembleare dove il sistema “proporzionale” ha saputo affermarsi più recentemente con grande successo: le elezioni al parlamento europeo.

La mia proposta di sistema elettorale

Proposta di un sistema elettorale con piccoli collegi plurinominali. 

La mia proposta è un sistema che funziona sia con liste, sia senza. La  caratteristica di base è una suddivisione dell’elettorato in un certo numero di piccoli collegi omogenei, idealmente da tre a cinque seggi ciascuno, e un’assegnazione definitiva dei seggi all’interno dei collegi, senza correzioni nazionali. Il fattore determinante del sistema è il numero ristretto di seggi per collegio. Per semplicità chiamiamo questo numero m. I candidati si possono presentare in un solo collegio individualmente o associando il loro nome a una sigla di lista (o di partito). In ogni caso gli elettori esprimono solo preferenze individuali. Per la determinazione del risultato le tre varianti del sistema tengono conto in modo più o meno rigido della scelta di associazione fra candidati.

  1. Sistema di lista. Il primo modello che permette candidature individuali e di lista e prevede un unico voto obbligatoriamente individuale, sembra individuale, ma è in realtà prevalentemente di lista e riguarda i candidati solo subordinatamente. Nessuna lista può presentare in un determinato collegio un numero di candidati superiore al numero (m) dei seggi da assegnare. L’elettore esprime una sola preferenza individuale che il sistema conta prima come voto di lista per determinare il numero di seggi che spettano a tale lista, e poi come voto individuale per determinare l’ordine di elezione dei singoli candidati. Per la ripartizione proporzionale dei seggi fra le liste all’interno del collegio conviene scegliere  la formula d’Hondt che premia giustamente le liste più votate, mentre per l’assegnazione individuale all’interno delle liste vale la regola della maggioranza relativa: è eletto chi ha ottenuto una sola preferenza più di qualsiasi altro candidato della stessa lista. Questo sistema è in vigore dal 1955 in Finlandia, dove i collegi sono tuttavia disomogenei e alcuni di loro molto grandi.
  2. Sistema di voto ordinale. Con una prima variante di sistema puramente individuale senza liste gli elettori esprimono delle preferenze subordinate per un numero di candidati non superiore a quello dei seggi da assegnare (m). Si presume che la seconda preferenza vada a un candidato che ha scelto di presentarsi  con la stessa sigla politica, ma in ultima analisi sono gli elettori che liberamente stabiliscono attraverso le loro preferenze ordinali il nesso di relativa solidarietà fra candidati. Per essere eletto un candidato deve ottenere un numero di preferenze equivalente alla maggioranza assoluta, ossia il numero totale dei voti validi diviso il numero dei seggi più uno, più un voto. Questa definizione della maggioranza assoluta vale anche per collegi uninominali. Se alcun candidato raggiunge tale cifra, si elimina il candidato meno votato assegnando le sue seconde preferenze ai candidati rimasti in lizza, e così via fino all’assegnazione di tutti i seggi disponibili. Quando un candidato raggiunge la cifra necessaria (della maggioranza assoluta) e risulta eletto, le sue preferenze che superano tale cifra sono riassegnate ai candidati votati in subordine. Un logaritmo permette di riassegnare la quota non utilizzata di schede di un candidato eletto agli altri candidati proporzionalmente a tutte le schede di questo candidato e non in base a quelle casualmente non ancora contate. Questo sistema è da quasi 100 anni in vigore nella Repubblica d’Irlanda. Rispetto al sistema di lista con una sola preferenza bivalente questo modello rinforza il potere degli elettori e obbliga ancora di più i partiti a selezionare candidati che siano graditi non solo dai loro elettori fedeli ma eventualmente anche votati come seconda scelta da elettori di schieramenti concorrenti.
  3. Sistema a doppio turno. Con questa soluzione si vota in due turni, il primo di preselezione di un numero fisso di candidati, il secondo di elezione dei deputati. Al primo turno chiunque si può presentare (preferibilmente, ma non necessariamente in un solo collegio), indicando eventualmente una sigla di appartenenza partitica. Ogni elettore dispone di un numero di voti (non cumulabili sullo stesso candidato) pari al numero dei seggi. Passano al secondo turno fra i candidati più votati un numero pari a 3 volte il numero  dei seggi. I partiti hanno interesse a presentare un numero di candidati uguale a quello dei seggi e gli elettori possono eventualmente tenerne conto votando tutti i candidati associati. Al secondo turno l’elettore sceglie (fra il numero fisso di candidati, cioè tre volte il numero dei seggi) un numero di candidati preferiti pari al numero dei seggi e un uguale numero di candidati meno preferiti, scartando quindi implicitamente l’ultimo terzo di candidati come non graditi. Saranno eletti i candidati che ottengono o la maggioranza assoluta delle prime preferenze o la maggioranza relativa delle prime e seconde preferenze. La modalità più selettiva di questo sistema prevede che schede incomplete sono nulle. Con questo metodo stravinceranno candidati mediani, ossia quelli che gli elettori escludono meno, mentre perdono i candidati anche dello schieramento relativamente più importante che però sono rifiutati dalla maggioranza degli altri elettori. Interi schieramenti di candidati alleati possono aggiudicarsi attraverso la maggioranza assoluta dei voti la totalità dei seggi di un collegio. L’alto numero di collegi garantisce comunque un’effettiva competizione fra programmi e uomini e un realativo pluralismo nel risultato. La modalità meno selettiva di questo modello che permette schede incomplete al secondo turno incita gli elettori a votare utile, cioè a non esprimere la seconda preferenza, e favorisce quindi un sistema bipolare a scapito di soluzioni mediane. Questo sistema è stato proposto nel 1793 da Condorcet per le elezioni a suffragio universale maschile della prima Repubblica francese, mai celebrate a causa della deriva tirannica del governo rivoluzionario.

Questi tre sistemi danno risultati similari, moderatamente proporzionale perché la ripartizione (individuale o di lista) dei seggi è comunque limitata al collegio e il numero di seggi per collegio è tenuto intenzionalmente basso, o almeno relativamente pluralistico per merito dell’alto numero di collegi. Con tre, quattro o cinque seggi per collegio la soglia (quota del totale di voti validi) necessaria per un individuo di essere eletto o una lista di essere rappresentata può essere stimata a circa 16, 20 e 24%, a seconda del numero di seggi e della relativa dispersione dei voti su individui o liste meno votati. Il sistema di lista è produce i risultati più proporzionali; l’elemento non proporzionale non è tanto l’assenza di correzione nazionale quanto l’elevato soglia di esclusione. Il sistema di Condorcet possiede invece la leva maggioritaria più forte: se la maggioranza assoluta degli elettori in un collegio vota per gli stessi candidati (alleati politicamente), questi sono eletti tutti insieme a scapito degli altri candidati (i loro avversari politici).

 

9. L’obbligo proporzionale per le elezioni europee

I sistemi nazionali obbligatoriamente proporzionali  per le elezioni al Parlamento Europeo.

Per decisione 2002/77/EC del Consiglio Europeo, presa in seguito a diverse proposte del Parlamento Europeo, ma senza vero dibattito pubblico, l’elezione degli eurodeputati deve rispettare, in tutti gli Stati membri, alcuni principi comuni fra cui la “rappresentanza proporzionale” attraverso un sistema di voto trasferibile o un sistema di lista. La decisione che vale legge precisa che le liste di partito possono essere aperte e abbinate a un voto di preferenza o bloccate; gli Stati possono suddividere il loro elettorato in circoscrizioni elettorali a condizione di mantenere un’equa proporzione fra seggi e popolazione.
Per le elezioni al Parlamento, l’organo principale di decisione dell’UE, l’effettivo legislatore europeo, formato dai capi di Stato e di governo, impone una doppia rappresentazione proporzionale: quella delle circoscrizioni sub-nazionali e, attraverso il voto di lista, quella dei partiti (di fatto in quasi tutti i paesi gli stessi partiti nazionali).

Il Trattato UE (TUE) prevede invece una distribuzione disuguale dei seggi fra Stati membri, un’assegnazione a “proporzionalità decrescente” con un minimo di 6 e un massimo di 96 deputati per paese, con differenze estreme che superano il rapporto di 12 a 1 fra piccoli Stati meglio rappresentati (Malta ) e quelli più grandi sotto-rappresentati (Germania). Un gruppo di esperti incaricato dal Consiglio ha proposto una formula matematica uniforme di ripartizione proporzionalmente decrescente , chiamata a sostituire la ripartizione vigente, definita finora senza regola precisa, con trattativa diretta fra i governi dei 27 Stati membri.

Il TUE ha creato espressamente la figura dei “cittadini europei” che in base alla loro residenza eleggono i deputati assegnati a ogni paese, nel rispetto dei principi “classici” della democrazia, cioè a suffragio universale in elezioni libere, dirette e segrete e nel rispetto del principio generale di uguaglianza. Lo stesso TUE va fino ad affermare in modo inequivocabile “la rappresentanza diretta dei cittadini nel PE”. Se il parlamento rappresenta direttamente i cittadini dell’Unione e se si intende  sarebbe coerente rispettare la proporzionalità demografica dei paesi. In realtà si applica invece una doppia rappresentazione disuguale sia degli Stati membri sia dei partiti nazionali; la prima è ottenuta attraverso una ripartizione ibrida dei seggi basata su due criteri, Stati e popolazioni, la seconda attraverso una designazione poco democratica dei deputati, con liste rigide o bloccate. La soluzione logica per assicurare una doppia rappresentanza, di tipo federale, dei cittadini e dei paesi membri, sarebbe il modello americano e tedesco della divisione del potere fra due organi rappresentativi, un senato, quello che oggi è il Consiglio Europeo, con una rappresentanza uguale per tutti gli Stati e nominata dai governi , e un’assemblea eletta come il Parlamento dal 1979 direttamente dai cittadini, ma proporzionalmente al numero dei cittadini residenti.

La rappresentazione disproporzionale sancita dal TUE può solo essere giustificata sostenendo che la legittimità del Parlamento è fondata su un rapporto di rappresentanza non dei cittadini, ma dei popoli (al plurale), delle nazioni o degli Stati.  Potremmo accettare la confusione dei concetti come un equivoco intenzionale per alimentare la dinamica del processo di sempre maggiore integrazione, anche politica.

Comunque sia, a tutt’oggi è difficile sostenere che le istituzioni dell’UE, la legittimità del PE, il TUE e la Carta dei diritti siano fondate sulla volontà del popolo sovrano, il quale, al singolare, cioè “europeo”, non esiste o per lo meno non si è mai espresso. Le decisioni vincolanti dipendono in minima parte da un parlamento specchio deformato dei partiti nazionali, e per tutto il resto da decisioni sovrane degli Stati, di cui alcuni, è vero, hanno fatto ratificare i trattati per referendum popolare, proprio per ragioni di sovranità del loro popolo, quello “nazionale”, l’unico che esista o che finora sia in grado di esprimersi, benché sia solo raramente interpellato.

Contando non per paesi ma per deputati la statistica appare ancora più sbilanciata: oltre due terzi o 469 eurodeputati su 751 sono “eletti” su liste bloccate, cioè nominati dai partiti nazionali e solo 113 di cinque paesi (Italia, Finlandia e Lussemburgo, oltre a Irlanda e Malta, più i 3 deputati dell’Irlanda del Nord) sono eletti liberamente dai cittadini ivi residenti.

E ormai un luogo comune contestare il “deficit democratico” delle istituzioni europee. Nella democrazia rappresentativa lo strumento più importante di partecipazione dei cittadini è la legge elettorale, prima di altri strumenti quali l’iniziativa legislativa e il referendum abrogativo o confermativo. Da anni l’eurodeputato britannico Andrew Duff promuove una riforma del sistema elettorale per il PE secondo la quale ogni elettore dovrebbe avere due voti per eleggere con il primo la maggior parte dei parlamentari come adesso su liste nazionali e con il secondo altri 25 su liste transnazionali. Nonostante le buone intenzioni, il rischio è di creare con i partiti europei un’intermediazione ancora più complessa e opaca della rappresentanza europea, forse utile a un rinforzamento del PE e dei suoi membri di fronte alla Commissione e al Consiglio, ma non adatto a migliorare il rapporto di fiducia e di responsabilità fra gli eurodeputati e i loro elettori. Per colmare il “deficit democratico” dell’UE e del PE servono probabilmente altri rimedi più sostanziali .

Nel quadro fissato dal Consiglio nel 2002, 25 paesi membri sui 27 hanno scelto di eleggere i loro eurodeputati con un sistema “proporzionale” di lista, mentre gli altri due votano con sistemi plurinominali a ripartizione fra candidati, in senso stretto non “proporzionali”. La tabella 15 presenta le principali caratteristiche dei sistemi sia per quanto riguarda le regole di ripartizione dei seggi fra liste (colonne 11 e 12) sia per quanto riguarda le regole di assegnazione dei seggi ai singoli candidati (colonne 8 a 10) .

Dei 25 paesi con sistemi “proporzionali” 11 votano con liste bloccate che delegano la selezione dei singoli deputati interamente ai partiti nazionali, senza alcuna facoltà di scelta dei deputati da parte dei “cittadini europei “. Altri 11 votano con liste ordinate, più rigide che flessibili, e solo 3, fra cui l’Italia, lasciano la scelta dei deputati agli elettori che tuttavia votano per candidati di liste preparate senza obblighi di trasparenza e di democrazia dai partiti nazionali.
In tutti i casi finora menzionati, tranne uno solo, esistono limitazioni più o meno rilevanti alla libertà di accesso e alla libertà di scelta. L’unico esempio di legge elettorale “proporzionale” che nonostante l’uso della lista rispetti quanto possibile i diritti attivi e passivi degli elettori è quello finlandese, in vigore dal 1955, utilizzato sia per il parlamento nazionale che per le elezioni al parlamento europeo: un sistema di lista con un solo voto per elettore e per candidato e con la possibilità, solo in apparenza inutile, di poter formare una lista con un unico candidato.
Altri esempi di ampia libertà con “liste libere” o “aperte” sono la Svizzera (livello federale, cantonale e comunale), il Lussemburgo (livello europeo, legislativo e comunale), il sistema nazionale della Polonia (che per le elezioni europee ha preferito le liste bloccate), i comuni dei Länder tedeschi che hanno scelto questa soluzione e pochi paesi, la Lettonia, la Slovenia e alcuni Stati latino-americani dove un voto di preferenza decide interamente l’ordine di elezione dei candidati.

ABSTRACT: La logica del voto per liste

Il voto di lista limita i diritti elettorali dei cittadini

Ragioni di natura logica e politica spingono a evidenziare il criterio del beneficiario primari dei seggi, liste invece di candidati, come una delle variabili più importanti dei sistemi elettorali.

Il sistema di ripartizione pro quota fra liste è l’unico che garantisca una perfetta proporzionalità, ma tende a ridurre i diritti politici dei cittadini. Le caratteristiche salienti del sistema proporzionale sono l’obbligo di lista, un processo di voto duplice e la prevalenza del voto di lista su quello individuale. Le varianti del sistema possono essere classificate in funzione del livello di libertà di accesso alla competizione e di libertà di scelta lasciate ai cittadini. Il livello di libertà elettorale lasciata ai cittadini dipende dalla natura della lista, neutra, ordinata o bloccata, e dalla struttura del voto, plurale o singolo. Pochi sistemi proporzionali esistenti lasciano la scelta dei rappresentanti interamente agli elettori.

I diritti dei cittadini di uguale acceso alle cariche elettive e di libera scelta dei rappresentanti sono protetti, in termini similari, dalle costituzioni dei principali paesi democratici, in particolare dalla costituzione francese del 1958, da quella italiana del 1947 e da quella tedesca del 1949.

Il sistema proporzionale di lista si fonda su una petizione di principio secondo cui i partiti beneficerebbero di un diritto alla rappresentazione proporzionale in parlamento, non previsto dalle costituzioni classiche e in conflitto con i diritti fondamentali espressamente garantiti. Adottato in numerosi paesi con legge ordinaria, il sistema abbinato a liste obbligatorie e prestabilite, rigide o bloccate, implica un trasferimento di potere extra-costituzionale, deciso dal parlamento in pieno conflitto d’interesse, dai cittadini, elettori e candidati, ai partiti preposti al coordinamento delle liste. Il trasferimento di potere deciso unilateralmente dal rappresentante corrisponde a un tipico caso di abuso di potere individuato e denunciato dagli autori classici, ma non sanzionato dalla giustizia costituzionale. Con premi di maggioranza e soglie di sbarramento i sistemi proporzionali violano il principio sul quale si fondano.

L’unico sistema proporzionale di lista che rispetti le libertà elettorali dei cittadini è quello di lista neutra e a voto singolo o, se a voto plurale, con possibilità di cumulo illimitato sullo stesso candidato.

Il pregiudizio della rappresentazione proporzionale a tutti i costi ha fatto dimenticare pregi e potenzialità dei sistemi di voto individuale.

Febbraio 2012 la nuova legge elettorale e il conflitto d’interessi del parlamento

La nuova legge elettorale e il conflitto d’interessi del parlamento

Nei corridoi del Parlamento si sta discutendo una nuova legge elettorale, visto che ormai tutti sono d’accordo sul fatto che quella vigente è pessima, antidemocratica e forse incostituzionale.

Dopo la sentenza di inammissibilità dei referendum abrogatori emessa dalla Corte Costituzionale il 12 gennaio la legge elettorale vigente può essere modificata unicamente dal Parlamento. Il problema è che al potere costituzionale del Parlamento non corrisponde una legittimità sostanziale. La composizione del Parlamento, infatti, non è altro che il prodotto della legge antidemocratica da abolire.
Come può l’attuale Parlamento composto da nominati, non scelti dal popolo sovrano ma dalle segreterie dei partiti, non selezionati per le loro capacità, ma per la loro sudditanza a chi li ha designati, decidere la legge con la quale dovrà essere eletto il prossimo Parlamento? Il rischio è che il primo obiettivo perseguito sia la rielezione degli stessi deputati e senatori o quantomeno la tutela del potere di nomina dei partiti. Il conflitto di interessi è palese. La logica vorrebbe che il Palamento al massimo fosse legittimato a fare una proposta di legge e sottoporla alla ratifica del popolo sovrano ma, come sappiamo, la Costituzione non pone queste condizioni.

Fatta questa necessaria premessa, quali sono le opzioni concrete tra cui scegliere?
Semplificando al massimo, la legge elettorale (che insieme al referendum è il principale strumento in mano al popolo sovrano per l’esercizio del suo potere) può essere: maggioritaria (in linea di massima uninominale, a maggioranza relativa o a doppio turno), proporzionale di lista (in circoscrizioni grandi), di ripartizione senza liste (in circoscrizioni piccole) o mista.

Esistono leggi maggioritarie plurinominali e addirittura di lista, ma le possiamo subito ignorare. Il maggioritario uninominale di gran lunga più perfetto, più efficiente, più trasparente, più libero e più competitivo è il doppio turno, promosso da numerosi esperti e da varie forze politiche. Il maggioritario “secco”, al contrario, non è autosufficiente; necessita primarie aperte obbligatorie per rimanere democratico e non diventare partitocratico.

Il voto proporzionale di lista può essere a lista bloccata (o semi-bloccata, ma cambia poco) o a lista libera. Il voto proporzionale di lista è nato alla fine dell’ottocento nei cantoni svizzeri come voto di lista libera. Si tratta del sistema tuttora in vigore per le elezioni federali: i candidati si presentano su liste (di partito), gli elettori votano esclusivamente singoli candidati (eventualmente con voti cumulativi e senza dover rispettare la divisione fra partiti), ma i conteggi e le assegnazioni dei seggi si fanno prima per liste, poi per candidati. Pochi paesi hanno seguito l’esempio della Svizzera. Tutte le leggi elettorali degli altri paesi che hanno scelto il sistema proporzionale di lista sono delle pessime copie del modello originale, rozze e rigide, fatte dai partiti per i partiti. L’unica eccezione era il voto di lista con preferenze, utilizzato in Italia fino al 1993, che con un metodo diverso produce lo stesso risultato della lista libera. Purtroppo il paese ha dimostrato di non essere capace di gestire tale strumento, permettendo che dei principi sani (la scelta diretta dei parlamentari) si piegassero troppo facilmente agli abusi (i “clientelismi”) dei soliti furbi e prepotenti.
Esistono anche dei sistemi che non sono né maggioritari, né di lista: in Irlanda è in vigore da cento anni un sistema elettorale di ripartizione dei seggi in piccoli collegi da tre a cinque deputati; si tratta di un compromesso perfetto fra voto individuale di singoli candidati e ripartizione dei seggi, senza ricorso a delle liste. La competizione è aperta ai candidati di partito come agli indipendenti; la ripartizione si fa in funzione alla libera associazione delle preferenze decise dagli elettori. Il sistema irlandese è il più libero e il più flessibile: non ostacola l’accesso di candidati individuali, lascia la scelta agli elettori, non garantisce il monopolio dei partiti e consente di dosare la rappresentanza delle minoranze tramite la dimensione dei collegi.

Esistono infine, per chi non sa scegliere, i sistemi misti. Di solito si tratta di pasticci che sommano i difetti dei metodi combinati e creano due classi di deputati: una eletta in un modo e l’altra nominata con liste bloccate. La seconda classe comanda sempre sulla prima e questa, in fondo, è la vera ragione per cui tali sistemi vengono adottati. Spesso c’è un elemento di inganno che mira a fare credere all’elettore ingenuo che si voti per una cosa quando in realtà si sta votando per un’altra: questo vale in particolare per il sistema tedesco (ultraproporzionale e ultrapartitocratico) che spaccia il così detto “primo voto”, il voto per il candidato, per quello importante, quando in realtà conta quasi solo il “secondo voto”, per il partito. La caratteristica peggiore dei sistemi misti è la loro complessità. La complessità è un grosso problema di democraticità, di trasparenza e di efficienza di qualsiasi sistema elettorale, non perché la maggior parte degli elettori è impreparata, ma perché proprio gli elettori più preparati, che alla fine influenzano anche gli altri, hanno difficoltà a determinare la loro scelta, essendo il risultato difficilmente prevedibile. Le complicazioni del sistema permettono, o servono, sempre a manipolare il processo elettorale e a creare risultati certi a priori, indipendenti dalla volontà degli elettori.

In conclusione, i sistemi auspicabili – poiché lasciano libera scelta dei rappresentanti agli elettori, lasciano nuovi concorrenti accedere liberamente alla competizione elettorale, ammettono le minoranze alla rappresentanza senza però compromettere l’efficienza decisionale del Parlamento – sono quello irlandese di ripartizione con voto trasferibile in piccoli collegi e l’uninominale a doppio turno francese. Tenuto conto della composizione del Parlamento attuale e della storia elettorale più recente, forse l’unico dei due che l’Italia si può permettere è il secondo: il doppio turno. Senza aggiunte, senza complicazioni, senza eccezioni. Qualsiasi complicazione sarebbe sospetta.

L’articolo 71 comma 2 della Costituzione sancisce il diritto di iniziativa permettendo a un minimo di 50.000 cittadini di formulare un progetto di legge redatto in articoli e presentarlo, insieme a una relazione che illustri scopi e caratteristiche, alle camere. È evidente che un’iniziativa del genere andrebbe promossa da un comitato analogo al CoReCU.

Il contenuto potrebbe essere: primo, la proposta di una legge elettorale maggioritaria uninominale a doppio turno, e secondo, la non rieleggibilità dei parlamentari delle camere uscenti. Appoggiata da numerose firme, anche se non fosse accolta e non avesse un effetto diretto, avrebbe sicuramente un suo peso nel processo di scelta della nuova legge elettorale.
Per garantire democrazia e governabilità una buona legge elettorale è indispensabile ma purtroppo non basta. Occorre senz’altro anche una regolamentazione più adeguata dei partiti e un potenziamento dell’esecutivo.