Archive for the 'LA LOGICA DEL VOTO PERSONALE' Category

3.6 Toplak: l’analisi logica dell’ampiezza della scelta

Una ricerca recente di Jurij Toplak dell’università di Maribor analizza i diversi significati nella letteratura specializzata del concetto di “voto preferenziale” e opta, come Farrell e McAllister, per una definizione relativista secondo cui tutti i sistemi possono essere più o meno preferenziali. Seguendo l’esempio di Karvonen, l’autore non pretende misurare e pesare l’elemento preferenziale del voto rispetto a quello partitico, ma si propone di analizzare quali sistemi in base a quali elementi costitutivi (logici) concedono agli elettori una scelta elettorale più estesa . Ponendo come primo criterio di distinzione la presenza o meno di una scelta fra candidati dello stesso partito , l’autore rimane fedele ai postulati di tutti i suoi predecessori: il voto personale o preferenziale è interpretato come una semplice precisazione della scelta principale, necessaria e universale, quella fra partiti. Il secondo criterio utilizzato per classificare i sistemi è l’ampiezza della scelta (“the extent of choice”) con tre soluzioni: categorico semplice, categorico multiplo o ordinale. In base a questi strumenti puramente logici e senza valutazioni quantitative, l’autore classifica i sistemi elettorali in un ordine crescente di ampiezza della scelta.

Il livello zero equivale alla presentazione di un solo candidato, soluzione di tipo totalitario plebiscitario. Dopo si trovano in una stessa categoria tutti i sistemi che consentono solo una scelta interparty: le liste bloccate (blocked list proporzionale o party block maggioritario), insieme all’uninominale plurality e majority a due turni. In base all’assunzione iniziale che, in assenza di scelta fra candidati dello stesso partito, il voto è di partito e non di preferenza personale, il voto di lista bloccata e il voto individuale semplice sono equiparati.

Nel secondo gruppo troviamo i sistemi che consentono inoltre una scelta intraparty; questa categoria è divisa, in ordine crescente di ampiezza della scelta, fra sistemi con voto di valore uguale (approval voting e limited vote) e sistemi a voto differenziato, ossia da un lato sistemi ordinali con trasferimento dei voti (uninominale, alternative vote o instant runoff) e dall’altro i sistemi con voto diviso (“vote splitting”): Borda count, voto cumulativo e range voting permettono all’elettore di dividere fra i candidati un totale di punti, con tre modalità diverse che consentono una gradualità crescente di scelta preferenziale. Il postulato implicito è che più voti differenziati, categorici o ordinali che siano, l’elettore può esprimere e più preferenziale è il voto.

Il terzo gruppo con il massimo potenziale di scelta elettorale è più articolato. Prima ci sono i sistemi con una sola scelta interparty che si differenziano a seconda dell’intraparty choice: sistemi proporzionali con liste flessibili o aperte, il single transferable vote e le primarie. Nella categoria dei sistemi con scelta interparty multipla l’autore distingue fra voto di valore equivalente (plurality in collegi plurinominali, doppio turno plurinominale, approval vote, limited vote e panachage fra liste) e voto con valori differenziati; quest’ultima categoria è divisa (come sopra per l’uninominale) fra voto trasferible (alternative vote con più candidati per partito e single transferable vote) e voto diviso (“vote splitting”): Borda count, voto cumulativo e range voting. Colpisce la classifica del doppio turno plurinominale e del block voting, dei modelli da tempo desueti, come più preferenziali dei sistemi proporzionali di lista e del single transferable vote.

Il pregio del’analisi rigorosa di Toplak è che segue l’architettura logica dei sistemi e non una serie di criteri misurabili, interpretati più o meno arbitrariamente per creare una prova empirica che vale quanto il metro di misura scelto. Come tale è ineccepibile, ma parte sempre dall’assioma, in apparenza evidente e neutro, ma in realtà con conseguenze travolgenti, che la scelta è più ampia se l’elettore può esprimere scelte separate per partiti e per candidati.

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3.5 Karvonen: i criteri del pooling e dell’intraparty choice

Seguendo la terminologia dei suoi colleghi irlandesi lo studioso finlandese Lauri Karvonen propone un’analisi del voto preferenziale fondata su un doppio criterio binario: (a) la valenza individuale o la collettivizzazione dei consensi fra più candidati (“pooling”) e (b) la possibilità o la negazione di una scelta fra candidati dello stresso partito. Il modello proposto è meno contestabile di quelli precedenti perché rinuncia a punteggi e graduatorie, inevitabilmente arbitrarie; un’applicazione matriciale delle due variabili conduce l’autore più semplicemente a distinguere quattro tipi di sistema elettorale:

(1) l’assenza di pooling e il diniego di scelta all’interno del partito caratterizzano tutti i sistemi uninominali, con maggioranza semplice o con doppio turno, ma anche a voto ordinale, perché manca l’alternativa fra candidati dello stesso partito;

(2) la possibile scelta fra candidati dello stesso partito e l’assenza di pooling corrispondono ai sistemi come il single transferable vote, il maggioritario plurinominale a voto plurale (block voting) o a voto singolo (non trasferibile);

(3) il terzo tipo di sistema che prevede il pooling dei voti ma nega la scelta fra candidati corrisponde alle liste bloccate (proporzionali o più eccezionalmente maggioritarie);

(4) l’ultima categoria dei “preferential list systems” prevede sia il pooling che la scelta fra candidati dello stesso partito, peraltro da differenziare fra liste libere e aperte e liste ordinate più o meno rigide, chiamate “strong” e “weakpreferential list systems, cioè con un’incidenza piena o limitata e condizionata delle preferenze sul risultato finale.

3.4 Farrell e McAllister: la valutazione dell’elemento personale dei sistemi

Il ruolo dell’elemento personale del voto è stato studiato anche attraverso una terminologia diversa, quella del voto preferenziale, inteso non come un determinato tipo di sistema elettorale, ma come una caratteristica più o meno pronunciata presente in tutti i sistemi. Due studiosi irlandesi, David Farrell e Ian McAllister , ispirandosi dalla ricerca e dal metodo di Carey e Shugart, classificano i sistemi in base a una valutazione quantitativa della relativa importanza dell’elemento di scelta dei candidati. I tre criteri di analisi sono il ballot, il vote e il district, ognuno dei quali prevede una valutazione su una scala da uno a cinque, quattro o tre per ottenere alla fine un punteggio finale che assegna il gradino più alto del podio al sistema irlandese del single transferable vote (che non era primo con nessuno dei modelli precedenti) e quello più basso ai sistemi (proporzionali e maggioritari) di lista bloccata (invariabilmente ultimi con qualsiasi modello di valutazione). Le conclusioni delle ricerche mostrano che lo stesso approccio (analisi “fenomenologica” dei sistemi) basato su delle variabili quasi identiche (criteri del voto personale o preferenziale), ma interpretate in un altro modo (valutare positivamente o negativamente lo stesso elemento, o attribuirgli un punteggio quantitativo più o meno favorevole), può portare a risultati sensibilmente diversi. La graduatoria conclusiva proposta da Farrell e McAllister è senz’altro più accettabile di quelle proposte dai tre modelli precedenti, ma rimane viziata dallo stesso difetto di arbitrarietà. Perché il metodo di voto ordinale trasferibile in piccoli collegi uninominali o plurinominali dovrebbe permettere un scelta più personale o più preferenziale che non un doppio turno uninominale o un sistema proporzionale di lista aperta con un voto solo o con preferenze plurime, con voto cumulativo e con panachage? La risposta dipende ovviamente dall’interpretazione, da definizioni e convenzioni, dalla scelta di determinati presupposti valoriali che un’analisi che pretende essere scientifica dovrebbe mettere in evidenza e giustificare.

3.3 Renwick & Pilet: l’evoluzione dei sistemi elettorali europei verso la personalizzazione

Da un paio di anni due giovani ricercatori, Alan Renwick dell’University of Reading e Jean-Benoit Pilet dell’Université Libre de Bruxelles, stanno studiando i sistemi e le riforme elettorali dal 1945 in Europa per dare evidenza empirica di una presunta tendenza verso una maggiore personalizzazione dei metodi di voto. Secondi gli autori tale evoluzione, incontestabile e misurabile, è provocata dall’insoddisfazione dell’elettorato rispetto all’offerta partitica tradizionale, ma decisa in ultima analisi dai dirigenti di partito; questo spiegherebbe perché il cambiamento in corso è più di piccoli ritocchi che non profondo e di sistema.
Per creare le basi quantitative di una misurazione empirica Renwick e Pilet ripartono dal lavoro di Carey e Shugart, ma scelgono variabili diverse. Essi definiscono i criteri della personalizzazione dei sistemi di voto distinguendo sei variabili relativi all’espressione del voto (“the act of voting”) e tre che riguardano il valore del voto come viene conteggiato (“the effects of voting”) ; ogni variabile è declinata in due, tre o più soluzioni possibili le quali, espresse con valutazioni numeriche, permettono di interpretare, misurare e ordinare qualsiasi sistema in funzione al peso della sua componente personale.

Le sei variabili che caratterizzano l’espressione del voto sono le seguenti:

(1) Il numero di candidati che l’elettore può votare: nessuno, uno, due o più (massimo pari a m o al numero dei candidati), in ordine di personalizzazione crescente.

(2) Il tipo di voto: categorico, ordinale o di intervallo (caso in cui l’elettore può dare più di due voti a un solo candidato), in ordine di personalizzazione crescente.
In base ai criteri di valutazione quantitativa scelti, il modello elettorale finlandese, forse il più personalizzato dei sistemi proporzionali di lista, si trova non solo svantaggiato a causa del voto singolo che lo caratterizza, ma in pessima posizione insieme al first-past-the-post (SMP), penultimi dopo le liste bloccate. D’altra parte, il più che discutibile range voting o majority judgement (voto a punteggio) si posiziona al primo posto assoluto. Queste conseguenze sorprendenti segnalano l’assunzione eventualmente implicita di postulati discutibili a monte del modello proposto.

L’analisi prosegue con altre quattro variabili:

(3) Alternativa (dicotomica) fra possibilità di distribuire preferenze multiple fra più partiti o no; questa variabile penalizza tutti i sistemi individuali con un solo voto come meno personali, allorché sono proprio loro intuitivamente i più “personali” immaginabili.

(4) Libertà di scelta delle preferenze, con tre livelli di personalizzazione crescente: (i) obbligo di esprimere un numero fisso di preferenze (da zero in su), (ii) facoltà di esprimere o meno delle preferenze e (iii) facoltà aggiuntiva di decidere quante preferenze esprimere; questa variabile penalizza i sistemi a voto semplice (tutti i sistemi individuali sono trattati come se non permettessero di votare per uno schieramento o un partito, circostanza tutta da dimostrare e altamente contestabile) e premia quelli con facoltà di voto doppio, lista e preferenza.

(5) Esistenza e ampiezza della scelta intraparty, fra candidati dello stesso partito; l’ampiezza è misurata attraverso il rapporto fra numero massimo di candidati per partito (per difetto uguale a “m”) e il numero di candidati che l’elettore deve votare per dare il massimo supporto al partito preferito; anche questa variabile penalizza i sistemi individuali (come l’uninominale dove qualsiasi partito tende a sostenere un solo candidato) rispetto ai sistemi di lista (anche se fosse ordinata) con voto di preferenza; visto che la stessa libertà della lista libera esiste con il plurinominale block vote, che però gli autori non vorrebbero favorire, essi aggiungono un’eccezione ad hoc per escludere tale sistema dalla categoria premiata.

(6) La dimensione della circoscrizione “m”. Gli autori analizzano in modo più differenziato rispetto a Carey e Shugart l’incidenza del fattore m, a seconda del sistema utilizzato, sulla personalizzazione del voto.

Le tre variabili relative all’effetto del voto sono le seguenti.

(1) Il fatto che i voti espressi siano effettivamente contati per la trasformazione in seggi.

(2) L’incidenza della scelta degli elettori sull’ordine di elezione dei candidati: decisione autonoma degli elettori, ordine determinato in parte dagli elettori e in parte dal partito o ordine stabilito interamente dal partito. La seconda soluzione permette numerose faccettature.

La classificazione dei sistemi in base a quest’ultima variabile corrisponde alla variabile del ballot di Carey e Shugart. Il punto originale, ma contestabile, condiviso dai quattro ricercatori, è la classificazione dei sistemi maggioritari uninominali (first-past-the-post, runoff e instant runoff) a fianco dei sistemi proporzionali con liste bloccate.

(3) Il grado di collettivizzazione del voto: si possono distinguere su una matrice tre per tre casi di cui quattro esistono effettivamente; gli autori ne escludono espressamente il voto trasferibile.

Su alcuni punti l’analisi di Renwick e Pilet è più precisa e più convincente della soluzione proposta da Carey e Shugart: l’incidenza della dimensione della circoscrizione sulla personalizzazione del voto è più articolata e la definizione del voto trasferibile come un sistema senza “pooling” è indubbiamente preferibile. Per certi versi la soluzione sembra però eccessivamente complessa: quattro casi diversi di “pooling” in una matrice con nove possibilità teoriche sono tante e di non facile comprensione.

Inoltre, l’interpretazione di alcuni sistemi sotto certe variabili è contestabile: la maggiore personalizzazione del sistema belga con preferenze facoltative plurime rispetto al sistema finlandese con un solo voto individuale obbligatorio (indipendentemente dalla natura ordinata rigida o aperta della lista) è per lo meno sorprendente e discutibile, soprattutto per chi sa quale peso i due sistemi danno effettivamente al potere dei partiti rispetto a quello dei cittadini.

La definizione del grado di personalizzazione del voto in base al numero delle scelte possibili porta alla conseguenza penalizzante per i sistemi uninominali di voto individuale, già incontrata: l’interpretazione dell’intraparty choice valuta il collegio uninominale come una soluzione meno personalizzata dei sistemi di lista (aperta, flessibile o rigida che siano), perché non consentirebbe all’elettore alcun’alternativa fra più candidati dello stesso partito. È facile rendersi conto del circolo vizioso: si misurano i metodi di voto individuali e uninominali, imperfetti semmai per garantire un’equa rappresentazione dei partiti, con il metro del voto di lista, facendoli apparire meno perfetti, per assurdo, anche sotto il profilo della scelta personale. L’analisi di questa variabile mostra che tutto il modello interpretativo poggia su un’assunzione non neutra: la preminenza della scelta di partito rispetto alla scelta del singolo candidato. Nelle motivazioni concrete dell’elettore la scelta di schieramento dei candidati è senz’alcun dubbio determinante, almeno fino a un certo punto; ma non è detto che questa circostanza autorizzi a sancire la prevalenza del voto di partito su quella del voto per il candidato attraverso la normativa elettorale, o a assumere questa prevalenza implicitamente come postulato nell’analisi dei sistemi.

L’approccio di Renwick e Pilet è descrittivo o fenomenologico in quanto i criteri scelti sono applicati a prescindere dall’architettura logica dei sistemi. Il punto di vista degli autori non è, come rivendicano, quello dell’elettore in opposizione a quello del candidato (che caratterizzerebbe lo studio Carey e Shugart); esattamente come le analisi precedenti, la loro interpretazione rimane implicitamente condizionata dalla logica dei partiti, diversa da quella comune ai candidati e agli elettori.

3.2 Carey & Shugart: l’alternativa fra reputazione personale e il party label

Sedici anni prima dell’opera curata da Colomer due ricercatori americani, John Carey e Matthew Shugart, avevano presentato una ricerca analitica rigorosa e innovativa sugli elementi che incidono sulla personalizzazione del voto o che premiano la reputazione personale del candidato rispetto alla reputazione del party label . L’analisi non segue la logica interna dei singoli sistemi, ma si propone di individuare le variabili qualitative che nella competizione elettorale incentivano o sfavoriscono la reputazione personale rispetto a quella del partito, di assegnare dei valori quantitativi a queste variabili e di misurare e quindi ordinare tutti i sistemi pensabili in base al peso che essi riconoscono al elemento personale.

L’analisi di Carey e Shugart usa quattro variabili:

(1) il “ballot”, definito come livello di controllo dei dirigenti di partito sull’accesso e sul successo dei candidati individuali alle cariche elettive contrapposto all’ordine di elezione determinato in base alla scelta degli elettori:

(i) controllo totale del partito sulla nomina dei candidati e dei rappresentanti;

(ii) controllo del partito sulla nomina dei candidati moderato da una certa incidenza del voto sulla scelta dei rappresentanti e

(iii) accesso libero alle candidature con determinazione dell’ordine di elezione esclusivamente in base alla scelta degli elettori; notiamo che rispetto a Rae il termine ballot structure ha cambiato radicalmente significato;

(2) il “pooling” inteso come il grado di collettivizzazione del voto; notiamo che si tratta di una variabile nuova che non esisteva da Rae;

(3) il “vote”, ossia il numero di voti di cui dispone l’elettore, per un solo partito (e candidato), per più candidati (dello stesso partito o di partiti diversi), per un solo candidato o una frazione di partito.

Ognuna delle tre prime variabili permette tre soluzioni quantificate con i valori 0, 1, 2. La combinazione delle tre variabili produce ventisette soluzioni possibili di cui, secondo gli autori, solo tredici sono concretamente immaginabili e che, grazie ai valori quantitativi, è possibile ordinare per grado di apertura di ognuna di esse all’elemento personale.

(4) La quarta variabile, la “district magnitude”, permette di duplicare le tredici varianti in ventisei (ridotte a ventiquattro perché nel collegio uninominale due delle tredici combinazioni sono logicamente impossibili) modelli uninominali o plurinominali di cui gran parte esiste effettivamente.

Carey e Shugart classificano il voto trasferibile come una forma particolare di “pooling” , ritenendo sufficiente il collegamento fra candidati creato in modo contingente dagli elettori, non a monte, in modo fisso e univoco, dai candidati o dai partiti.

Una posizione più importante e più convincente riguarda il numero delle preferenze concesse agli elettori: per l’incentivazione della reputazione personale, la preferenza singola è giudicata come più intensa di un metodo che permette di votare per più candidati ; questa posizione interessante è tuttavia più articolata di quanto possa sembrare a prima vista: il valore massimo di personalizzazione è assegnato al caso del voto singolo, a condizione che sia intraparty (come nel sistema finlandese di lista neutra con un solo voto o nel sistema di lista aperta con una sola preferenza in vigore in Italia per le elezioni politiche del 1992, dopo l’abolizione per referendum delle preferenze multiple); il valore intermedio vale per le preferenze multiple (come l’Italia della così detta prima repubblica fino al 1991 o la lista libera svizzera); il valore minimo non penalizza solo (meritatamente) le liste bloccate, ma pure tutti i sistemi uninominali perché nel collegio con un solo seggio i partiti non sostengono mai due candidati l’uno contro l’altro e l’elettore quindi non può scegliere, secondo gli autori, all’interno dello stesso partito .
Per quanto riguarda, infine, l’incidenza della dimensione della circoscrizione sulla personalizzazione del voto, l’aumento del numero dei seggi riduce l’elemento personale nei sistemi a “ballot” chiuso (lista bloccata), ma lo rinforza in tutti gli altri casi .
Al termine dell’analisi valutativa e della divisione dei sistemi in due gruppi, uninominale e plurinominale, Carey e Shugart li ordinano in base al grado di incentivazione o di possibile sfruttamento del voto personale . Per ottenere una graduatoria precisa dovrebbero assegnare un peso diverso alle loro tre variabili, dando ad esempio più rilievo al “ballot” che non al “pool” o al “vote”, ma essi ritengono tale soluzione infondata, ammettendo una certa contingenza della loro classifica e relativizzando l’intero modello .

I

3.1 Colomer: party representation e personal representation

 

Nel 2011 Josep Colomer ha curato la pubblicazione di un volume collettivo con un sottotitolo che suona come il mea culpa di un’intera professione: “Personal Representation: The Neglected Dimension of Electoral Systems”, in cui otto specialisti analizzano alcuni dei principali sistemi elettorali sotto il profilo dell’elemento personale.

Nell’introduzione l’editore della raccolta riassume l’evoluzione storica dei sistemi elettorali. La storia che interessa Colomer comincia all’inizio dell’ottocento in un contesto plurinominale e individuale con l’affermazione del voto strategico di partito. I decenni centrali del secolo sono caratterizzati da un movimento dialettico a pendolo con diversi tentativi di ridimensionare l’effetto maggioritario totalizzante attraverso meccanismi quali il collegio uninominale, il voto limitato o cumulativo e la ripartizione pro quota. Con l’affermazione graduale del suffragio universale nell’ultimo quarto di secolo la storia evolve verso la preponderanza dell’elemento partitico attraverso varie forme di rappresentanza collettiva con l’invenzione del voto di liste sempre più rigide che si affermano solidamente dopo la prima guerra mondiale. L’evoluzione più recente è segnata da una rivalutazione del elemento personale attraverso le primarie, il voto di preferenza, il collegio di piccola dimensione che permette un contatto stretto fra candidati e elettori, una quota di deputati eletta direttamente in collegi uninominali a fianco dei loro colleghi eletti o nominati su liste, e il voto ordinale trasferibile.
Per sintetizzare le varie combinazioni e gradi di voto personale possibili, Colomer propone una classificazione matriciale basata su due variabili principali, la party representation e la personal representation. L’autore distingue tre gradi di party representation creati tramite diverse formule di trasformazione: i metodi maggioritari, le formule miste e quelle proporzionali, e tre gradi di personal representation determinati dalla “ballot form” che può essere aperta, semi-aperta o chiusa.

Al di là della perfetta simmetria delle due tricotomie manca però una definizione delle variabili proposte. Supponendo che il significato di formule proporzionali e maggioritarie sia evidente, il concetto di formula mista è ambiguo, fonte o prova di confusione e contestabile; Colomer probabilmente intende i sistemi compositi con un’assegnazione differenziata dei seggi, in base a formule diverse ma non miste. Similarmente non è evidente in base a quale criterio preciso si possano classificare tutti i sistemi elettorali fra metodi di voto aperti, semi-aperti o chiusi; di facile applicazione per i sistemi proporzionali di lista, la divisione in tre funziona meno bene per i sistemi misti e sembra una forzatura se applicata ai sistemi maggioritari uninominali, con il voto alternativo catalogato come più aperto del doppio turno e delle primarie.

La caratteristica principale della struttura del voto non è più come da Rae l’alternativa fra voto ordinale e voto categorico, ma il grado di apertura del voto alla componente personale; e il grado di personalizzazione è determinato dal numero di voti che il sistema concede all’elettore: voto di lista e preferenza personale, una sola preferenza o preferenza multipla, con eventualmente la possibilità di distribuire i voti fra più liste.

Secondo Colomer il sistema meno rappresentativo sia dal punto di vista dei partiti che da quello dei candidati è il first-past-the-post, mentre all’altro estremo la soluzione più perfetta come rappresentanza di partito e rappresentanza personale troviamo il sistema proporzionale di lista libera con voto plurale (pari al numero dei seggi) a favore di singoli candidati, con possibilità di cumulo di voto su pochi candidati e di panachage fra candidati di liste diverse. Questo sistema perfetto è in vigore in due varianti leggermente diverse in Lussemburgo e in Svizzera.

Non si capisce tuttavia dove l’autore intende collocare il metodo irlandese del single transferable vote (con la Svizzera, con la Baviera o con l’Australia?) e il modello proporzionale di lista di lista libera con un solo voto utilizzato in Finlandia (con la Svizzera o con il Brasile e con l’Olanda?). Le difficoltà di classificare proprio i due sistemi puri e coerenti, fra i più personalizzati immaginabili, è un indizio sicuro di inadeguatezza dell’analisi proposta.

3. La riscoperta del voto personale

Dalla personalizzazione della politica alla ricerca sul voto personale

Da alcuni anni la ricerca sui sistemi elettorali ha riscoperto l’interesse per l’aspetto personale del voto inteso come ruolo e rilevanza del singolo candidato rispetto al partito . Per molto tempo la componente personale del voto era, infatti, rimasta pressoché ignorata dietro l’interesse per le conseguenze politiche dei modelli elettorali sul sistema dei partiti e sulla formazione del governo.
Le prime riflessioni sono state di tipo sociologico o comportamentale. L’importanza crescente dei mezzi di comunicazione nella propaganda politica, nel dibattito pubblico, nella formazione dell’opinione e quindi nella determinazione delle scelte elettorali, la relativizzazione delle ideologie dei tempi delle guerra fredda e senz’altro anche la perdita di credibilità dell’offerta politica veicolata dai partiti tradizionali hanno fatto riemergere in numerosi paesi l’importanza del fattore personale, della capacità e della credibilità degli individui, del valore effettivo o strumentale del carisma e dell’immagine dei candidati rispetto alle idee e ai programmi promossi dai partiti. Per non perdere ulteriori consensi i partiti in difficoltà hanno dovuto tener conto dell’evoluzione della “domanda” e cercare di adeguarvi l’”offerta”, cioè le modalità di selezione e di presentazione dei candidati da proporre all’elettorato.

Un secondo elemento della ritrovata personalizzazione della politica e dei processi elettorali è l’esigenza risentita in numerosi paesi di rinforzare il ruolo dell’organo esecutivo tramite l’incremento dei suoi poteri, l’elezione diretta del capo dello stato o di governo, l’indicazione più o meno esplicita del primo ministro attraverso le elezioni parlamentari . La prerogativa indispensabile d’iniziativa e di guida che caratterizza l’esecutivo si ritrova, nel processo elettorale, per analogia o per fusione dei ruoli nel leader di partito, e più in generale nel capolista come garante di coesione fra correnti, di disciplina fra deputati e di rispetto di un programma comune.

Una terza tendenza all’interno dell’evoluzione generale verso una maggiore attenzione al elemento personale del voto – l’unica che nel contesto ci interessi – riguarda le caratteristiche intrinseche dei sistemi elettorali: stimolati dalla strategia dei partiti di riposizionarsi per sfruttare meglio la componente personale del voto, numerosi ricercatori , spesso convinti sostenitori della superiorità dei sistemi “proporzionali”, hanno ricominciato a studiare i sistemi elettorali sotto il profilo dell’ampiezza della scelta dei singoli rappresentanti da parte degli elettori, sia nella selezione preelettorale delle candidature anche attraverso primarie, sia nel processo elettorale stesso .

Gli studiosi quindi, invece di valutare i sistemi solo dal punto di vista della strategia dei partiti e della proporzionalità dei risultati, cominciano a considerare anche il ruolo del singolo candidato nella raccolta e nella massimizzazione dei consensi e nella decisione dell’elettore: oltre al interparty vote si considera anche l’importanza dell’intraparty vote ; oltre alla party representation si torna a dar peso anche alla personal representation ; è nata una ricerca specifica sul preferential voting , temine che non si riferisce a determinati sistemi, ma alla natura o all’ampiezza della libertà di scelta individuale concessa agli elettori da qualsiasi sistema.

Tentare di raggiungere il doppio obiettivo di rappresentare nell’assemblea legislativa le principali forze politiche e di farvi eleggere dei rappresentanti capaci e affidabili è una sfida che nessun modello elettorale può ignorare. L’interesse rinato per l’elemento personale ha fornito alla ricerca l’occasione di definire nuovi criteri di analisi e di classificazione, di comparare tutti i sistemi immaginabili da questa nuova angolatura e di verificare se l’evoluzione storica recente tende verso una maggiore personalizzazione dei modelli elettorali in vigore nei vari paesi .

Fra i tentativi più significativi, più ambiziosi e più recenti di studiare l’elemento personale del voto, di definire criteri di analisi ed di misura e di proporre nuove classificazioni e graduatorie dei sistemi in base a questi criteri, figurano le ricerche di Colomer (2011), Carey e Shugart (1995), Farrell e McAllister (2004), Renwick e Pilet (2011), Karvonen (2004) e Toplak (2012).

Le sei ricerche riportate distinguono due compiti che qualsiasi processo elettorale dovrebbe permettere di svolgere, quello di votare per dei partiti, garantendo loro un’equa rappresentazione in parlamento, e quello di eleggere comunque dei candidati, perché fino a ordine contrario il parlamento non è composto da partiti, ma da deputati, preferibilmente capaci e quindi da selezionare tramite una gara elettorale piuttosto che tramite una designazione autocratica dei partiti. 

Questo postulato, spesso sottinteso, è espresso con parole chiare da Colomer: “An efficient electoral system for a representative democratic government must include appropriate rules for both party representation and personal representation”. L’accettazione di tale assioma conduce a trattare, nell’analisi dei sistemi elettorali, il voto per un partito e il voto per un candidato in apparenza alla pari, perché entrambi incompleti, ma in realtà a subordinare l’elemento personale e facoltativo , la scelta del candidato, all’elemento collettivo, necessario e prevalente, la scelta di schieramento .

Per tutti gli autori menzionati in questo capitolo il voto personale o preferenziale non è una scelta elettorale autonoma e completa, ma solo una precisazione del voto che veramente conta, quello di partito . Il parallelismo metodologico fra scelta collettiva di schieramento e scelta personale del candidato crea una facciata di apparente neutralità e scientificità; dietro quest’apparenza si nasconde una tensione , un conflitto che in casi estremi si manifesta come vera e propria incompatibilità fra i due elementi che, in ultima analisi, non possono coesistere come principi di pari valore, ma di cui uno deve per forza cedere il passo all’altro.