4. Una nuova classificazione dei sistemi elettorali

L’equivoco del proporzionale e la proposta per una nuova classificazione dei sistemi elettorali

La dicotomia tradizionale fra sistemi maggioritari e sistemi proporzionali è talmente radicata che ormai si usa senza porre troppe domande . Manca però una definizione precisa dei due concetti da cui si pretende far partire l’intera analisi. Ipotizziamo che ci sia consenso sulla definizione del maggioritario quale metodo con cui è eletto chi prende almeno un voto di più di chi rimane escluso . È più difficile mettersi d’accordo su una definizione del metodo di voto proporzionale, il quale, intuitivamente, dovrebbe essere un metodo in grado di produrre risultati proporzionali fra voti raccolti e seggi assegnati ai partiti.

Ma come misurare la proporzionalità e quale grado di proporzionalità ritenere sufficiente per qualificare un sistema come proporzionale?

Prima di provare a dare risposte, occorre superare l’equivoco legato al termine proporzionale che si può riferire a risultati o a formule.

Non è per nulla chiaro se con la categoria dei sistemi proporzionali gli studiosi intendano definire certi sistemi in funzione alla formula di trasformazione dei voti in seggi, come sarebbe logico, o se, dietro la pretesa di un approccio assunto come scientifico in quanto empirico, essi si riferiscano piuttosto ai risultati effettivamente misurabili e accertati. Misurare la proporzionalità fra voti e seggi di elezioni successive svolte in vari paesi, è senza dubbio interessante e il raffronto fra risultati ottenuti permette di classificare i sistemi in base alla proporzionalità raggiunta. Salta però agli occhi l’incoerenza di una contrapposizione fra sistemi maggioritari, definiti in base a una formula, e sistemi proporzionali, definiti in base ai risultati . A rigor di logica, un sistema proporzionale si contrappone a un sistema non proporzionale e il maggioritario a un’altra formula di trasformazione dei voti in seggi.

Sebbene una distinzione fra certi sistemi definiti in base alla formula e altri riconoscibili in base al risultato sia incoerente e fonte di confusione, è questa la suddivisione principale proposta da quasi tutti gli studi accademici e i rapporti ufficiali sui sistemi elettorali . L’imbarazzo dei ricercatori più scrupolosi si manifesta quando l’incoerenza dei concetti impedisce una classificazione logica dei sistemi; la proposta di aggiungere una terza categoria autonoma di sistemi semi-proporzionali tradisce la debolezza delle premesse. Non c’è consenso su quali sistemi esattamente siano da considerarsi proporzionali o semi-proporzionali. In particolare non è chiaro in quale categoria vada inserito il sistema plurinominale ordinale con voto trasferibile , un sistema a ripartizione pro quota ma senza liste, che i suoi stessi inventori avevano battezzato come rappresentanza personale ma che oggi viene comunemente etichettato come proporzionale tout court . Anche altri sistemi che in circoscrizioni plurinominali usano formule maggioritarie possono risultare difficili da classificare qualora siano in grado di garantire una relativa proporzionalità. È il caso del voto singolo non trasferibile , del voto limitato in genere, del voto cumulativo, e di altri sistemi plurinominali a doppio turno, interessanti e tuttora validi, ma meno conosciuti, perché desueti .

È indispensabile mettersi d’accordo su delle definizioni precise e concordare una volta per tutte che cosa si intende con “sistema proporzionale”.

Applicato ai risultati elettorali, ai voti e ai seggi, il concetto comune di proporzionalità presuppone un elemento in più, un oggetto, dei sottoinsiemi di elettori o voti da un lato e di seggi o eletti dall’altro. Di solito l’oggetto della proporzionalità sono i partiti e a volte le circoscrizioni, ma in teoria esso può essere definito liberamente da chi misura: schieramenti politici, zone geografiche , gruppi d’interesse; quello che ci interessa è che il concetto di proporzionalità presuppone qualche tipo di raggruppamento di elettori e di eletti.

Quello che vale per la misura dell’effetto desiderato vale per forza per creare una proporzionalità sistemica: se non si vuole lasciare la proporzionalità che si intende garantire alla contingenza del voto, bisogna fissarne l’oggetto nelle regole del sistema, cioè servirsi o di suddivisioni fisse, se i gruppi (etnici o sociologici) sono prestabiliti, o di liste, se i gruppi si formano per scelta degli elettori e dei candidati.

L’opposto della formula di assegnazione maggioritaria (o di elezione per precedenza) non è né la proporzionalità dei risultati (come afferma la teoria tradizionale), né il voto di lista (compatibile anche con il maggioritario), ma un’altra formula, la ripartizione pro quota, basata non più sulla differenza (addizione e sottrazione) dei voti, ma sulla loro divisione . Con questa doppia alternativa , liste o candidati e precedenza o ripartizione, si ottengono quattro tipi di sistema:

(1) La prima categoria corrisponde ai sistemi “classici” studiati dagli addetti della teoria del social choice, con formule di maggioranza relativa o assoluta fra due o più candidati, con metodi di elezione per confronto o per punteggio: plurality, limited vote, cumulative vote, Condorcet pairwise comparison, Borda count, approval vote, majority judgment.

(2) Il secondo tipo di sistema in alto a destra applica la stessa soluzione a delle liste obbligatorie, come fa il sistema del party block vote.

(3) Il terzo modello in basso a sinistra non utilizza più una formula di precedenza (o di differenza) fra candidati, ma una formula di ripartizione pro quota (o di divisione) dei seggi, senza tuttavia servirsi di liste; essa corrisponde al sistema del single transferable vote inventato da Thomas Hare.

(4) L’ultima categoria è quella dei sistemi di voto per lista con formula di ripartizione pro quota dei seggi, di solito chiamati sistemi proporzionali o proportional representation list systems.

L’unica soluzione che permetta di raggiungere automaticamente, tramite le regole del sistema, una proporzionalità perfetta fra voti e seggi (nei limiti del numero dei rappresentanti da eleggere) è il metodo di ripartizione fra liste, mentre gli altri tre modelli che usano soluzioni diverse, senza ripartizione o senza liste, possono essere solo relativamente proporzionali, in modo contingente, in funzione alle caratteristiche della formula, alla dispersione dei voti e alla strategia dei candidati e degli elettori.

Aggiungendo adesso come terza variabile l’alternativa fra collegio uninominale e circoscrizione plurinominale si ottiene lo schema tridimensionale (o di due piani sfasati) che distingue per oggetto del voto, per formula di trasformazione e per dimensione della circoscrizione.

La classificazione dei sistemi diviene un cubo tagliato in otto cubi più piccoli che corrispondono agli otto tipi di sistema possibili, di cui sette esistono effettivamente; l’unica soluzione che non esista perché impossibile, è quella di un sistema con formula di ripartizione fra liste per un solo seggio da eleggere.

Tre sono le soluzioni uninominali: 

(1) i vari tipi di maggioritario classico, 

(2) l’alternative vote che usa una formula di ripartizione e

(3) un sistema bizzarro ma esistente che combina il voto di lista al collegio uninominale e applica una formula di precedenza maggioritaria a cascata prima alle liste, poi ai candidati della lista vincente .

Con circoscrizioni plurinominali esistono tutte e quattro le possibilità:

(1) il maggioritario classico che con l’uso di liste facoltative conduce al block voting, un sistema di voto individuale con facoltà di votare in blocco, da non confondere con

(3) un maggioritario che usa liste obbligatorie (party block voting), un metodo di voto di lista bloccata con un effetto di leva maggioritaria esponenziale;

(2) il single tranferable vote che usa la formula della ripartizione pro quota senza liste e

(4) il proporzionale di invenzione continentale con liste obbligatorie.

Di questi sette modelli solo l’ultimo (plurinominale con ripartizione fra liste) può essere definito come proporzionale in senso stretto.

All’idea di una proporzionalità perfetta di sistema si potrebbe obiettare che non esiste una proporzionalità univoca, che non c’è un solo metodo di ripartizione proporzionale fra liste, che esistono numerose formule matematiche che tutte danno risultati marginalmente diversi:

(1) Ci sono le formule di ripartizione per “quota” (o per “quoziente”) completate da una regola aggiuntiva del “più grande resto” ; i “quozienti elettorali” più comuni sono il quoziente “naturale” Hare (Q-Hare = V/ m) e il quoziente “sufficiente” Droop (Q-Droop = V/ m +1); è possibile definire arbitrariamente altri quozienti (per esempio un Q-Imperiali = V/m+2 o addirittura un Q-Imperiali rinforzato = V/m+3).

(2) Ci sono diverse formule a “più alta media” basate su “divisori” più precisi del quoziente, che corrispondono a diversi metodi di arrotondamento delle frazioni di seggio: si può arrotondare per difetto (metodo Jefferson o D’Hondt), per media aritmetica (metodo Webster o Sainte-Laguё) o per media geometrica (formula Hill-Huntington); in teoria sarebbe pure possibile arrotondare per eccesso, garantendo un seggio a chiunque prende un solo voto (metodo proposto nel 1832 da Adams il quale nella ripartizione geografica dei seggi intendeva favorire i piccoli Stati del Nord-Est), e numerosi altri criteri come per esempio la decisione di arrotondare non a metà degli interi, ma a 0,4 (come propose Condorcet nel 1793) o a 0,33 (una regola utilizzata in Danimarca), o di prevedere un’eccezione per il primo seggio (divisore Sainte-Laguё modificato).

L’osservazione sulla relatività del concetto di proporzionalità è corretta, ma l’argomento è più preoccupante per l’approccio empirico di misura della proporzionalità che non per la scelta della formula di trasformazione. Se per misurare si opta per un metodo che riproduce lo stesso concetto di proporzionalità di una delle formule matematiche di ripartizione dei seggi, nasce un problema di circolarità . Solo da una ventina di anni gli studiosi di proporzionalità elettorale sembrano essersi accorti di questo circolo vizioso; da allora discutono per trovare una soluzione, oggettiva o accettabile per tutti ; alla fine bisogna ammettere che, esattamente come la scelta della formula di trasformazione, qualsiasi misurazione ha per forza un elemento convenzionale.

Non esiste una formula di ripartizione proporzionale perfetta. Le differenze fra le varie soluzioni emergono nei casi marginali: nelle ripartizioni territoriali sono le circoscrizioni più piccole e nelle ripartizioni fra liste le liste con meno voti, soprattutto se numerose, che creano e evidenziano le differenze più discutibili. La scelta della soluzione dipende da come si intende trattare i casi marginali.

Un altro punto degno di nota è che la proporzionalità di lista entra facilmente in concorrenza con la proporzionalità territoriale, in particolare se esistono circoscrizioni di dimensioni molto disomogenee. Per risolvere questo tipo di problema è stata proposta una ripartizione bi-proporzionale che permette di appianare gli squilibri ripartendo i seggi all’interno delle circoscrizioni tenendo conto delle proporzioni del risultato complessivo , ma privilegiando necessariamente una delle due proporzionalità rispetto all’altra.

Concludendo l’analisi della proporzionalità elettorale, chiameremo “proporzionali” solo i sistemi con ripartizione dei seggi fra liste, perché questo è l’unico metodo che garantisca automaticamente una proporzionalità sistemica, non casuale, perfetta nei limiti del numero dei rappresentanti da eleggere (e della definizione di proporzionalità e della formula scelte).

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