3.3 Renwick & Pilet: l’evoluzione dei sistemi elettorali europei verso la personalizzazione

Da un paio di anni due giovani ricercatori, Alan Renwick dell’University of Reading e Jean-Benoit Pilet dell’Université Libre de Bruxelles, stanno studiando i sistemi e le riforme elettorali dal 1945 in Europa per dare evidenza empirica di una presunta tendenza verso una maggiore personalizzazione dei metodi di voto. Secondi gli autori tale evoluzione, incontestabile e misurabile, è provocata dall’insoddisfazione dell’elettorato rispetto all’offerta partitica tradizionale, ma decisa in ultima analisi dai dirigenti di partito; questo spiegherebbe perché il cambiamento in corso è più di piccoli ritocchi che non profondo e di sistema.
Per creare le basi quantitative di una misurazione empirica Renwick e Pilet ripartono dal lavoro di Carey e Shugart, ma scelgono variabili diverse. Essi definiscono i criteri della personalizzazione dei sistemi di voto distinguendo sei variabili relativi all’espressione del voto (“the act of voting”) e tre che riguardano il valore del voto come viene conteggiato (“the effects of voting”) ; ogni variabile è declinata in due, tre o più soluzioni possibili le quali, espresse con valutazioni numeriche, permettono di interpretare, misurare e ordinare qualsiasi sistema in funzione al peso della sua componente personale.

Le sei variabili che caratterizzano l’espressione del voto sono le seguenti:

(1) Il numero di candidati che l’elettore può votare: nessuno, uno, due o più (massimo pari a m o al numero dei candidati), in ordine di personalizzazione crescente.

(2) Il tipo di voto: categorico, ordinale o di intervallo (caso in cui l’elettore può dare più di due voti a un solo candidato), in ordine di personalizzazione crescente.
In base ai criteri di valutazione quantitativa scelti, il modello elettorale finlandese, forse il più personalizzato dei sistemi proporzionali di lista, si trova non solo svantaggiato a causa del voto singolo che lo caratterizza, ma in pessima posizione insieme al first-past-the-post (SMP), penultimi dopo le liste bloccate. D’altra parte, il più che discutibile range voting o majority judgement (voto a punteggio) si posiziona al primo posto assoluto. Queste conseguenze sorprendenti segnalano l’assunzione eventualmente implicita di postulati discutibili a monte del modello proposto.

L’analisi prosegue con altre quattro variabili:

(3) Alternativa (dicotomica) fra possibilità di distribuire preferenze multiple fra più partiti o no; questa variabile penalizza tutti i sistemi individuali con un solo voto come meno personali, allorché sono proprio loro intuitivamente i più “personali” immaginabili.

(4) Libertà di scelta delle preferenze, con tre livelli di personalizzazione crescente: (i) obbligo di esprimere un numero fisso di preferenze (da zero in su), (ii) facoltà di esprimere o meno delle preferenze e (iii) facoltà aggiuntiva di decidere quante preferenze esprimere; questa variabile penalizza i sistemi a voto semplice (tutti i sistemi individuali sono trattati come se non permettessero di votare per uno schieramento o un partito, circostanza tutta da dimostrare e altamente contestabile) e premia quelli con facoltà di voto doppio, lista e preferenza.

(5) Esistenza e ampiezza della scelta intraparty, fra candidati dello stesso partito; l’ampiezza è misurata attraverso il rapporto fra numero massimo di candidati per partito (per difetto uguale a “m”) e il numero di candidati che l’elettore deve votare per dare il massimo supporto al partito preferito; anche questa variabile penalizza i sistemi individuali (come l’uninominale dove qualsiasi partito tende a sostenere un solo candidato) rispetto ai sistemi di lista (anche se fosse ordinata) con voto di preferenza; visto che la stessa libertà della lista libera esiste con il plurinominale block vote, che però gli autori non vorrebbero favorire, essi aggiungono un’eccezione ad hoc per escludere tale sistema dalla categoria premiata.

(6) La dimensione della circoscrizione “m”. Gli autori analizzano in modo più differenziato rispetto a Carey e Shugart l’incidenza del fattore m, a seconda del sistema utilizzato, sulla personalizzazione del voto.

Le tre variabili relative all’effetto del voto sono le seguenti.

(1) Il fatto che i voti espressi siano effettivamente contati per la trasformazione in seggi.

(2) L’incidenza della scelta degli elettori sull’ordine di elezione dei candidati: decisione autonoma degli elettori, ordine determinato in parte dagli elettori e in parte dal partito o ordine stabilito interamente dal partito. La seconda soluzione permette numerose faccettature.

La classificazione dei sistemi in base a quest’ultima variabile corrisponde alla variabile del ballot di Carey e Shugart. Il punto originale, ma contestabile, condiviso dai quattro ricercatori, è la classificazione dei sistemi maggioritari uninominali (first-past-the-post, runoff e instant runoff) a fianco dei sistemi proporzionali con liste bloccate.

(3) Il grado di collettivizzazione del voto: si possono distinguere su una matrice tre per tre casi di cui quattro esistono effettivamente; gli autori ne escludono espressamente il voto trasferibile.

Su alcuni punti l’analisi di Renwick e Pilet è più precisa e più convincente della soluzione proposta da Carey e Shugart: l’incidenza della dimensione della circoscrizione sulla personalizzazione del voto è più articolata e la definizione del voto trasferibile come un sistema senza “pooling” è indubbiamente preferibile. Per certi versi la soluzione sembra però eccessivamente complessa: quattro casi diversi di “pooling” in una matrice con nove possibilità teoriche sono tante e di non facile comprensione.

Inoltre, l’interpretazione di alcuni sistemi sotto certe variabili è contestabile: la maggiore personalizzazione del sistema belga con preferenze facoltative plurime rispetto al sistema finlandese con un solo voto individuale obbligatorio (indipendentemente dalla natura ordinata rigida o aperta della lista) è per lo meno sorprendente e discutibile, soprattutto per chi sa quale peso i due sistemi danno effettivamente al potere dei partiti rispetto a quello dei cittadini.

La definizione del grado di personalizzazione del voto in base al numero delle scelte possibili porta alla conseguenza penalizzante per i sistemi uninominali di voto individuale, già incontrata: l’interpretazione dell’intraparty choice valuta il collegio uninominale come una soluzione meno personalizzata dei sistemi di lista (aperta, flessibile o rigida che siano), perché non consentirebbe all’elettore alcun’alternativa fra più candidati dello stesso partito. È facile rendersi conto del circolo vizioso: si misurano i metodi di voto individuali e uninominali, imperfetti semmai per garantire un’equa rappresentazione dei partiti, con il metro del voto di lista, facendoli apparire meno perfetti, per assurdo, anche sotto il profilo della scelta personale. L’analisi di questa variabile mostra che tutto il modello interpretativo poggia su un’assunzione non neutra: la preminenza della scelta di partito rispetto alla scelta del singolo candidato. Nelle motivazioni concrete dell’elettore la scelta di schieramento dei candidati è senz’alcun dubbio determinante, almeno fino a un certo punto; ma non è detto che questa circostanza autorizzi a sancire la prevalenza del voto di partito su quella del voto per il candidato attraverso la normativa elettorale, o a assumere questa prevalenza implicitamente come postulato nell’analisi dei sistemi.

L’approccio di Renwick e Pilet è descrittivo o fenomenologico in quanto i criteri scelti sono applicati a prescindere dall’architettura logica dei sistemi. Il punto di vista degli autori non è, come rivendicano, quello dell’elettore in opposizione a quello del candidato (che caratterizzerebbe lo studio Carey e Shugart); esattamente come le analisi precedenti, la loro interpretazione rimane implicitamente condizionata dalla logica dei partiti, diversa da quella comune ai candidati e agli elettori.

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