3.2 Carey & Shugart: l’alternativa fra reputazione personale e il party label

Sedici anni prima dell’opera curata da Colomer due ricercatori americani, John Carey e Matthew Shugart, avevano presentato una ricerca analitica rigorosa e innovativa sugli elementi che incidono sulla personalizzazione del voto o che premiano la reputazione personale del candidato rispetto alla reputazione del party label . L’analisi non segue la logica interna dei singoli sistemi, ma si propone di individuare le variabili qualitative che nella competizione elettorale incentivano o sfavoriscono la reputazione personale rispetto a quella del partito, di assegnare dei valori quantitativi a queste variabili e di misurare e quindi ordinare tutti i sistemi pensabili in base al peso che essi riconoscono al elemento personale.

L’analisi di Carey e Shugart usa quattro variabili:

(1) il “ballot”, definito come livello di controllo dei dirigenti di partito sull’accesso e sul successo dei candidati individuali alle cariche elettive contrapposto all’ordine di elezione determinato in base alla scelta degli elettori:

(i) controllo totale del partito sulla nomina dei candidati e dei rappresentanti;

(ii) controllo del partito sulla nomina dei candidati moderato da una certa incidenza del voto sulla scelta dei rappresentanti e

(iii) accesso libero alle candidature con determinazione dell’ordine di elezione esclusivamente in base alla scelta degli elettori; notiamo che rispetto a Rae il termine ballot structure ha cambiato radicalmente significato;

(2) il “pooling” inteso come il grado di collettivizzazione del voto; notiamo che si tratta di una variabile nuova che non esisteva da Rae;

(3) il “vote”, ossia il numero di voti di cui dispone l’elettore, per un solo partito (e candidato), per più candidati (dello stesso partito o di partiti diversi), per un solo candidato o una frazione di partito.

Ognuna delle tre prime variabili permette tre soluzioni quantificate con i valori 0, 1, 2. La combinazione delle tre variabili produce ventisette soluzioni possibili di cui, secondo gli autori, solo tredici sono concretamente immaginabili e che, grazie ai valori quantitativi, è possibile ordinare per grado di apertura di ognuna di esse all’elemento personale.

(4) La quarta variabile, la “district magnitude”, permette di duplicare le tredici varianti in ventisei (ridotte a ventiquattro perché nel collegio uninominale due delle tredici combinazioni sono logicamente impossibili) modelli uninominali o plurinominali di cui gran parte esiste effettivamente.

Carey e Shugart classificano il voto trasferibile come una forma particolare di “pooling” , ritenendo sufficiente il collegamento fra candidati creato in modo contingente dagli elettori, non a monte, in modo fisso e univoco, dai candidati o dai partiti.

Una posizione più importante e più convincente riguarda il numero delle preferenze concesse agli elettori: per l’incentivazione della reputazione personale, la preferenza singola è giudicata come più intensa di un metodo che permette di votare per più candidati ; questa posizione interessante è tuttavia più articolata di quanto possa sembrare a prima vista: il valore massimo di personalizzazione è assegnato al caso del voto singolo, a condizione che sia intraparty (come nel sistema finlandese di lista neutra con un solo voto o nel sistema di lista aperta con una sola preferenza in vigore in Italia per le elezioni politiche del 1992, dopo l’abolizione per referendum delle preferenze multiple); il valore intermedio vale per le preferenze multiple (come l’Italia della così detta prima repubblica fino al 1991 o la lista libera svizzera); il valore minimo non penalizza solo (meritatamente) le liste bloccate, ma pure tutti i sistemi uninominali perché nel collegio con un solo seggio i partiti non sostengono mai due candidati l’uno contro l’altro e l’elettore quindi non può scegliere, secondo gli autori, all’interno dello stesso partito .
Per quanto riguarda, infine, l’incidenza della dimensione della circoscrizione sulla personalizzazione del voto, l’aumento del numero dei seggi riduce l’elemento personale nei sistemi a “ballot” chiuso (lista bloccata), ma lo rinforza in tutti gli altri casi .
Al termine dell’analisi valutativa e della divisione dei sistemi in due gruppi, uninominale e plurinominale, Carey e Shugart li ordinano in base al grado di incentivazione o di possibile sfruttamento del voto personale . Per ottenere una graduatoria precisa dovrebbero assegnare un peso diverso alle loro tre variabili, dando ad esempio più rilievo al “ballot” che non al “pool” o al “vote”, ma essi ritengono tale soluzione infondata, ammettendo una certa contingenza della loro classifica e relativizzando l’intero modello .

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