2. La teoria degli elementi costitutivi

La teoria degli elementi costitutivi o delle variabili indipendenti

A partire dalla pubblicazione nel 1967 di una ricerca di Douglas Rae sulle conseguenze politiche dei sistemi elettorali la comunità degli studiosi accetta, nonostante qualche critica, riserva o precisazione, pressoché unanimemente la distinzione di tre elementi costitutivi dei metodi di voto: district magnitude, electoral formula e ballot structure.

I tre criteri possono essere presentati come elementi costitutivi dei sistemi o utilizzati come variabili nella ricerca sul grado di proporzionalità raggiungibile , sulle soglie di accesso alla rappresentanza , sull’effetto del sistema elettorale sul sistema dei partiti e sulle possibilità di coordinamento strategico delle candidature e del voto . Gli studiosi di scienze politiche, interessati agli effetti dei metodi di voto sul rapporto fra maggioranza e minoranza, sulla stabilità del governo e sul sistema dei partiti, prestano meno attenzione all’analisi degli elementi costitutivi ed esprimono facilmente giudizi contrastanti sui sistemi elettorali , ma concordano sul fatto che è proprio il sistema elettorale lo strumento più efficace di manipolazione politica a disposizione di chi governa .

L’analisi più precisa dei processi elettorali è condotta da esponenti della teoria della scelta collettiva razionale , ma rimane finora circoscritta quasi esclusivamente ai sistemi uninominali .

A prescindere dall’enorme merito di razionalizzazione compiuta da Rae, la sua teoria delle tre variabili non è necessariamente completa e assoluta. Un limite evidente è la complessità o l’indeterminatezza del criterio della “ballot structure” che distingue fra “categorical” e “ordinal ballot”. Il primo “chiede all’elettore di decidere quale partito preferisce”, mentre il secondo “consente all’elettore di esprimere una preferenza più complessa e polivalente stabilendo un ordine fra partiti” . Con queste definizioni Rae fa fatica a classificare alcuni sistemi reali . Altri studiosi propongono di aggiungere delle variabili scomponendo la struttura del voto . Oltre all’alternativa fra voto “categorico” e voto “ordinale” ci si mette un po’ tutto quello che non si riesce a far entrare negli altri due criteri: il numero totale di voti per elettore e il numero di voti per candidato; il numero di candidati, le modalità della loro selezione, il modo di presentarli sulla scheda elettorale o più in generale le condizioni di accesso al processo elettorale ; primarie obbligatorie o più turni elettorali che in realtà creano a tutti gli effetti due processi elettorali successivi; e infine l’indipendenza dei candidati o un legame di solidarietà fra di loro; e lo strumento di questa solidarietà, il trasferimento dei voti o l’uso di liste, che forse fa già parte della formula di trasformazione. Raramente si menziona l’oggetto del voto e il beneficiario dei seggi che possono essere candidati individuali o liste di candidati .

Non è evidente come analizzare quest’ultima alternativa: seguendo scrupolosamente la teoria di Rae si dovrebbe scegliere fra ballot structure e electoral formula, o considerare che la differenza fra metodi di lista e metodi individuali dipenda sia da una determinata struttura del voto che da una determinata formula .

Tecnicamente l’oggetto del voto è indipendente dal metodo utilizzato. Un sistema di voto o un processo di scelta razionale non vale solo per eleggere dei rappresentanti, ma anche per scegliere fra due alternative di una questione di interesse collettivo; un referendum popolare assomiglia a un’elezione uninominale. Che si vota su un quesito referendario, per candidati o per liste, la tecnica è sempre quella.

Per ignorare il ruolo delle liste e trattare l’oggetto principale del processo elettorale come una variabile irrilevante, si può far valere che l’assemblea da eleggere è comunque sempre composta da individui, e che il voto di lista è solo un passaggio tecnico per una selezione di rappresentanti individuali. Come tutti i sistemi complessi il metodo proporzionale di lista sarebbe quindi una determinata combinazione di tutte e tre le variabili, perché assegnare i seggi a liste presuppone un certo tipo di struttura del voto (un voto che valga per più candidati solidali), un certo tipo di formula (una ripartizione pro quota fra liste) e pure collegi di una certa dimensione (in teoria servono almeno due seggi, ma pensando all’obiettivo da raggiungere, molto di più) .

Se il voto di lista incide necessariamente su tutte e tre le variabili, ci sarebbe tuttavia da chiedersi, se non sarebbe preferibile superare la teoria di Rae e porre l’alternativa fra liste e candidati come un elemento costitutivo autonomo.

Se rinviamo provvisoriamente la decisione come interpretare i sistemi che attraverso le liste creano una solidarietà fra gruppi di candidati, un’analisi dei sistemi semplici più diffusi difficilmente può fare a meno delle seguenti variabili, coerenti con la teoria di Rae di cui precisa la ballot structure aggiungendo delle variabili sul numero dei voti.

(1) Il numero dei rappresentanti da eleggere, dipende dal numero di componenti dell’assemblea e della suddivisione dell’elettorato, e corrisponde al numero dei seggi per circoscrizione, che d’ora in avanti designeremo con la lettera “m” (per district magnitude).

(2) La formula di trasformazione dei voti in seggi è una funzione logico-matematica,  basata o su una differenza di voti (maggioranza relativa: a > b) o su una frazione dei voti (maggioranza assoluta e ripartizione per quota: q = v / (m+1)).

(3) Il tipo di scelta elettorale, ordinale o cardinale , consiste a esprimere una preferenza decrescente fra candidati o assegnare loro dei voti numerici interi. Il voto più diffuso, quello singolo, è ambivalente, ordinale e cardinale. La scelta ordinale è la soluzione più naturale perché l’obiettivo di qualsiasi processo elettorale è distinguere fra due gruppi di candidati: uno solo o un determinato numero di eletti rispetto a tutti gli altri non eletti; l’intervallo o il punteggio fra gli inclusi e gli esclusi è irrilevante. Il voto ordinale più conosciuto è individuale, ma (se l’elezione è plurinominale) può anche essere per gruppi con tutti i candidati classificati nello stesso gruppo a pari merito .
Qualsiasi voto ordinale può essere convertito in un voto cardinale: il metodo de Borda, caso particolare di metodo di voto cardinale, trasforma le posizioni ordinali in punteggi, cambiando radicalmente la formula di trasformazione della scelta ordinale difesa da Condorcet, quella del confronto sequenziale fra due. Vice versa, qualsiasi voto cardinale può essere tradotto in un voto ordinale, con il rischio, però, di perdere delle informazioni, ossia gli intervalli, possibili solo se il numero di voti per candidato è superiore a due (o se fosse permesso dividere in frazioni, ipotesi intenzionalmente ignorata).

(4) Il numero di candidati che l’elettore può votare può essere uno solo o più di uno, un numero inferiore, pari o superiore a m; questa prima variabile relativa al numero dei voti vale sia per il voto ordinale sia per il voto cardinale, assumendo però dei valori del tutto diversi. Non si tratta quindi di una variabile indipendente.

(5) Il numero di voti per ogni candidato di cui dispone l’elettore può essere superiore all’unità, compreso fra un minimo e un massimo; il voto plurale per candidato può essere definito come valutazione, per esempio su una graduatoria da 1 a 10 (sistema del majority judgement o voto per punteggio); può essere di tipo numerico decrescente, da m a 1, o da m-1 a 0 (sistema de Borda, che non è che una variante del precedente); o può essere un numero totale di voti di cui dispone ogni elettore, per esempio pari a m, e che può ripartire fra più candidati, cumulando – di solito entro certi limiti – più voti su un singolo candidato (sistema di voto cumulativo); se il numero massimo per elettore è inferiore a m, si tratta di una forma di voto limitato. Il voto plurale presuppone un voto cardinale e la variabile, di conseguenza, non è indipendente. Fin qua, le variabili elementari rimangono le tre teorizzate da Rae.

(6) Facciamo astrazione delle regole di accesso alle candidature : in teoria il numero massimo dei candidati non sarebbe una variabile di sistema, ma un numero fisso pari a quello degli elettori (se si ignorano le condizioni di età diverse fra elettorato attivo e elettorato passivo) . Sistemi che impongono un numero limitato fisso di candidature creano quindi una variabile indipendente in più. D’altra parte, qualsiasi tipo di preselezione di un numero limitato (fisso o variabile) di candidati attraverso primarie o un doppio turno è già un processo elettorale a tutti gli effetti, benché non sia sempre riconosciuto come tale.

Per non complicare il ragionamento inutilmente, tralasciamo altre variabili che interessano sistemi complessi caratterizzati da un processo elettorale composito (7) con più turni di votazione o (8) con l’utilizzo di formule identiche o diverse a più livelli circoscrizionali (i sistemi di assegnazione multi-tier), (9) in processi elettorali separati (i sistemi misti), (9.1) indipendenti o (9.2) correlati fra di loro.

Rimane alla fine da decidere come trattare la variabile un po’ enigmatica, assente nell’elenco tradizionale delle variabili elementari, raramente evidenziata e poco studiata, l’argomento centrale della nostra ricerca: (10) l’oggetto del voto o il beneficiario dei seggi, candidati individuali o liste di candidati .

Tecnicamente l’oggetto del voto è indipendente dal metodo utilizzato. Un sistema di voto o un processo di scelta razionale non vale solo per eleggere dei rappresentanti, ma anche per scegliere fra due alternative di una questione di interesse collettivo; un referendum popolare assomiglia a un’elezione uninominale. Che si voti su un quesito referendario, per candidati o per liste, la tecnica è sempre quella.

Manca però un elemento: se l’oggetto del voto sono delle liste, il parlamento deve comunque essere riempito di rappresentanti individuali, almeno fino a ordine contrario, cioè fin quando varrà il divieto del mandato imperativo. In caso di voto per liste serve quindi necessariamente un secondo processo elettorale per scegliere i singoli deputati. I sistemi che usano liste sono per definizione sistemi complessi , composti da due processi elettorali, uno che verte sulle liste, l’altro sui candidati. I così detti sistemi misti sono quindi doppiamente compositi, perché creano due processi elettorali separati e usano in almeno uno dei due un sistema di lista, già come tale composito.

L’introduzione nel processo elettorale di un oggetto diverso del voto potrebbe cambiare il sistema in modo più radicale di quanto lo possa spiegare la teoria delle tre variabili di Rae, valida per i sistemi elettorali semplici e pensata per spiegare “le conseguenze politiche” dei vari sistemi sulla configurazione dei partiti.

La scelta dei criteri di differenziazione è, in una certa misura, una questione relativa e convenzionale, di obiettivo e di metodo : se non interessano sistemi complessi, possono bastare poche variabili indispensabili. Una variabile può essere importante o irrilevante e da lasciare in subordine, a seconda del punto di vista e dell’obiettivo dell’analisi.

Ma pur ammettendo il valore relativo di qualsiasi metodo di classificazione, non si può che rimanere stupiti dal fatto che la dottrina dominante non tiene alcun conto della differenza profonda fra sistemi individuali e sistemi di lista e ignora del tutto la rilevanza sistemica del beneficiario primario dei seggi .

L’obiettivo dell’argomentazione che segue è mostrare perché la decisione di ignorare o di sottovalutare la principale caratteristica del sistema elettorale più diffuso al mondo, il sistema di ripartizione fra liste, non è accettabile: la scelta di trascurare il fattore sistemico delle liste è un eccesso di semplificazione basato su alcuni presupposti impliciti per nulla evidenti; questa semplificazione confonde soluzioni profondamente diverse e impedisce un’analisi precisa dei sistemi.

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