1. Un’analisi tradizionale senza liste

L’analisi tradizionale trascura il ruolo delle liste

L’analisi tradizionale dei sistemi elettorali è prigioniera di due dogmi : (1) che la principale suddivisione sia fra sistemi maggioritari e sistemi proporzionali e (2) che gli elementi costitutivi dei sistemi siano la dimensione della circoscrizione, la formula di trasformazione dei voti in seggi e la struttura del voto.

Benché pochi studiosi li accettino senza riserve, da decenni i due dogmi sono ripetuti da numerose e autorevoli trattazioni finanziate da potenti fondazioni e diffusi, insegnati e creduti nelle università, dai governi e dai loro consulenti in tutto il mondo. Ormai sono opinione comune difficile da rimettere in discussione.

Entrambe le affermazioni ignorano le liste. L’uso di liste non è riconosciuto come una variabile elementare indipendente o solo rilevante; i sistemi di voto con liste sono trattati come varianti tecniche di altri sistemi.

Le due assunzioni partono da presupposti diversi. La teoria delle tre variabili elementari pretende descrivere la struttura logica dei sistemi. La dicotomia fra sistemi maggioritari e sistemi proporzionali non precisa se esprime una differenza tecnica della meccanica elettorale (il principio maggioritario) o un’alternativa di obiettivi (la proporzionalità dei risultati). I sistemi proporzionali assicurano, infatti, entro certi limiti, una fedele corrispondenza fra voti e seggi mentre i sistemi maggioritari seguono una logica diversa che permette la formazione di maggioranze più nette, ma che non garantisce, all’interno dell’organo rappresentativo, l’equa riproduzione delle suddivisioni politiche presenti nel corpo elettorale. La trasformazione maggioritaria dei voti in seggi tende ad accentuare le differenze fra schieramento vincitore e minoranze sconfitte, e in casi estremi può invertire il rapporto fra maggioranza e minoranza.

La distinzione tradizionale fra sistemi maggioritari e sistemi proporzionali non è simmetrica perché contrappone caratteristiche non paragonabili, incommensurabili. Un’analisi coerente e accettabile dovrebbe permettere una classificazione ad albero logico di tutti i sistemi, inclusi quelli di lista. Ignorando le liste e ragionando per obiettivi, la teoria dei tre elementi non è né neutra né completa.

Un problema evidente della contrapposizione fra maggioritario e proporzionale è la confusione fra proporzionalità di fatto, misurabile empiricamente, e proporzionalità sistemica, definibile a priori, creata tramite determinate regole di assegnazione dei seggi. L’equivoco sul concetto di sistema proporzionale che ne scaturisce contamina l’intera analisi.

Il difetto più insidioso dell’intero approccio tradizionale, e che potremmo chiamare pregiudizio di proporzionalità, consiste a privilegiare le variabili che hanno un impatto sul risultato elettorale inteso come rappresentazione proporzionale dei partiti, e a trascurare altri criteri, non meno importanti in un’ottica diversa, più orientata al rispetto dei principi costituzionali di libera scelta dei rappresentanti da parte degli elettori, di libero e uguale accesso alla contesa elettorale per qualsiasi candidato e – al di fuori del processo elettorale – di tutela della libertà di voto dei deputati attraverso il divieto del mandato imperativo.

È paradossale che la ricerca, dominata da temi legati alla proporzionalità, ignori o sottovaluti la differenza profonda fra sistemi di lista e sistemi individuali, nonostante il ruolo determinante svolto proprio da lista obbligatorie nel raggiungimento di risultati veramente proporzionali.

Uno studio più attento degli elementi costitutivi, non contaminato dal pregiudizio della proporzionalità, permette di rivalutare le variabili sistemiche classiche, di riscoprirne altre finora lasciate in secondo piano, di riconoscere la specificità del sistema proporzionale come sistema complesso di ripartizione dei seggi fra liste e aiuta a comprendere l’impatto sconvolgente di liste obbligatorie e prestabilite sul impianto classico della rappresentanza politica.

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