Mi chiamo Henri Schmit, sono nato nel 1955 a Lussemburgo, laureato a Parigi in filosofia e in giurisprudenza, residente a Milano dal 1989.

Nel 2009 in piena crisi finanziaria ho imparato da esperienza viva e a spese mie quanto il sistema italiano fosse marcio, come uomini dell’amministrazione pubblica e dei più prestigiosi istituti di credito fossero disposti a derubare privati e lo Stato indistintamente, o a chiudere gli occhi su frodi commesse da altri, senza essere chiamati a rispondere effettivamente e in tempi ragionevoli dei loro atti. Ho capito che un certo potere politico è profondamente connivente con il malaffare, sia perché ne giova direttamente, sia perché preferisce non mettere in questione lo status quo che gli assicura la propria permanenza.

Dopo la mia disavventura professionale ho deciso nel 2011 di intraprendere una ricerca indipendente sulla logica dei sistemi elettorali. Dal 2012 ho pubblicato alcuni articoli in francese e in italiano su questioni tecniche o giuridiche attinenti alla problematica elettorale.

La massima leva formale del cambiamento politico e della trasparenza pubblica è senz’altro la procedura per designare i massimi responsabili dello Stato, cioè la legge per eleggere i parlamentari. La legge elettorale determina chi decide chi ci rappresenta, chi fa le leggi, chi governa, quali cittadini vanno ai posti di comando e a quali condizioni il loro mandato può essere controllato e se necessario revocato o non rinnovato. La legge elettorale decide quindi attraverso la selezione democratica quali uomini gestiscono il potere pubblico e stabiliscono i principi che regolano i rapporti privati; non è poco.

Insoddisfatto delle spiegazioni tradizionali, ho deciso, parecchi anni fa, di lanciarmi in una ricerca sulla logica e sulla storia dei sistemi elettorali per scoprire che cosa di preciso non va con il modello elettorale più diffuso al mondo, il sistema proporzionale di lista. Rapidamente mi accorsi che il punto cruciale non è quanto un sistema sia proporzionale, ma l’alternativa fra voto di lista e voto per candidati.

Dal 2000 circa ho tenuto piccole conferenze in associazioni private sulla logica elettorale, inizialmente per evidenziare gli effetti secondo me nocivi della quota proporzionale della legge Mattarella, poi per contestare in toto la legge Calderoli. Tale legge ha cancellato la possibilità di selezione competitiva e di sanzione dell’inefficienza (e di peggio ancora) dei rappresentanti parlamentari e indirettamente degli esponenti di governo, consegnando l’intero potere pubblico alle segreterie dei partiti, nelle mani di pochi uomini non più controllabili.

Dopo la bocciatura della legge del 2005 dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 1 del 2014) il governo ha fatto approvare il 5 maggio 2015 una nuova legge elettorale, chiamata, probabilmente senza ironia, Italicum, che formalmente evita i vizi più evidenti sanzionati dalla Corte, ma sostanzialmente li conferma.

Nei post del mio blog presento alcuni risultati della mia ricerca su diversi punti in dissenso con le teorie comunemente accettate; si tratta sostanzialmente di una critica dei sistema di lista obbligatoria e rigida. Nell’immediato intendo pubblicare circa trenta post. L’abstract riproduce in poche righe l’intero ragionamento.

Alcuni articoli sui temi della legge elettorale e delle riforme istituzionali pubblicati negli ultimi due anni su riviste specializzate sono accessibili o reperibili attraverso il blog.

Nel cassetto, anzi sul PC, ho degli elementi per una ricerca complementare sul tema della rappresentanza politica, studiata da un punto di vista teorico e storico, in particolare attraverso la dottrina del patto sociale fra 1640 e 1793. Lo studio non è neutro perché intende verificare e dimostrare la compatibilità fra “democrazia rappresentativa” e certe forme di “democrazia diretta” (vera, non via internet) e il diritto inalienabile dei cittadini di avere loro, se lo ritengono, l’ultima parola su qualsiasi questione di interesse pubblico, quindi anche in materia di legge elettorale, di interpretazione della legge, di revisione della costituzione, e di governance dell’Unione Europea. In questo contesto è interessante rispolverare vecchi concetti come il diritto di resistenza all’oppressione, idee trascurate dai costituenti del secondo dopoguerra, non solo in Italia.

La mia tesi sui sistemi elettorali è molto radicale: la maggior parte (oltre 9 su 10) delle varianti esistenti del sistema proporzionale di lista, basato sul principio della rappresentazione proporzionale dei partiti, è incompatibile con i grandi principi della democrazia rappresentativa sanciti da oltre 200 anni da tutte le costituzioni democratiche. Al contrario, un sistema con collegi non troppo grandi di tre o quattro seggi, senza liste, a doppio turno o a voto ordinale trasferibile, o con liste aperte e a voto unico, avrebbe il doppio vantaggio di lasciare maggiore libertà di partecipazione ai cittadini e di favorire l’elezione di rappresentanti più capaci, più liberi e più portati a mettersi d’accordo sulle decisioni importanti che, fino a ordine contrario, si prendono a maggioranza dopo aver ascoltato tutti. Il numero ridotto di seggi per collegio favorirebbe inoltre i raggruppamenti più importanti senza vietare l’accesso ad individui o liste civiche purché raggiungano il 15-20% circa in almeno un collegio.

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